Terapia chirurgica |
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Solo in alcune, rare forme di vertigine, il ricorso ad un trattamento chirurgico viene a rappresentare spesso l’unica modalità di controllo nel tempo di un sintomo così disabilitante. Acuzie e frequenza, in questo caso, giocano un ruolo importante, soprattutto se legato alla condizione di frustrazione ed isolamento da una vita sociale e lavorativa normale per un prolungato periodo di tempo. Tra i quadri morbosi dai quali più spesso vengono reclutati pazienti per un trattamento chirurgico della vertigine sono da annoverare la malattia di Meniere, esiti di interventi chirurgici sull’orecchio (per otosclerosi, otiti croniche, etc.), forme post-traumatiche e, con minor incidenza, taluni quadri di vertigine parossistica posizionale benigna (VPPB) ed il conflitto neuro-vascolare. Quindi, la chirurgia della vertigine trova indicazione solo nelle lesioni intrinseche o estrinseche del recettore e/o del primo neurone vestibolare. In tutti i casi, vengono ritenuti necessari circa 18 mesi dalla deafferentazione affinché si completi un eventuale compenso vestibolare centrale. Gli interventi chirurgici per la vertigine possono essere genericamente suddivisi in conservativi o distruttivi, anche se questi termini fanno esclusivamente riferimento al fatto che possa o meno essere risparmiata con l’atto chirurgico la funzione uditiva, altro elemento comunque messo a rischio dalla noxa patogena iniziale.
Interventi di tipo conservativo:
Rispetto agli interventi demolitivi, quelli conservativi sono sicuramente più utilizzati, anche perché solitamente nelle patologie alla base del sintomo vertigine, la coesistenza di una discreta funzione uditiva costituisce evento tutt’altro che raro.
Interventi di tipo distruttivo:
La neurectomia vestibolare translabirintica rappresenta l’intervento chirurgico di scelta per quei pazienti con vertigine periferica debilitante e scarsa o nulla funzione uditiva. A volte viene consigliata la sezione anche del nervo cocleare per eliminare la possibilità di persistenza di anastomosi vestibolo-cocleari potenziali responsabili di residue crisi vertiginose. Quindi, i risultati sono leggermente migliori della neurectomia effettuata a livello dell’angolo pontocerebellare. I rischi per il nervo facciale sono tuttavia lievemente aumentati, anche se nella via translabirintica il piano di clivaggio fra il nervo vestibolare e il nervo facciale è individuabile grazie alla Bill’s Bar. La labirintectomia chimica è utile in quei pazienti che, per scadute condizioni generali, non potrebbero essere sottoposti ad un’anestesia generale. Consiste nell’ infusione per via trans-timpanica di antibiotici (gentamicina, streptomicina) che distruggono i recettori labirintici. La gentamicina viene utilizzata ad una concentrazione di 27,7 mg/ml e viene somministrata tre volte al giorno per quattro giorni consecutivi. Il controllo sulla vertigine si ottiene in circa l’ 85% dei pazienti trattati anche se con peggioramento della soglia uditiva nel 25% dei casi
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